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La Biblioteca Provinciale "A. C. De Meis"
Notizie storiche
La Biblioteca De Meis non ha come altre biblioteche una tradizione storica consistente. La sua fondazione è tarda: nasce, nella prima metà del secolo XVIII, come gesto illuminato del Dottor Giacomo Antonio Valletta, che lega, per disposizione testamentaria, la propria "libraria" ai Padri delle Scuole Pie, al fine di dare "il comodo a chi vuole studiare".
Fondata, dunque, nel 1739, la De Meis in origine fu costituita da un "copioso" fondo librario raccolto da un solitario erudito, benestante, un epigono di una famiglia borghese al tramonto.
Nel Sec. XVIII, furono di scarso rilievo l'incremento delle raccolte e l'uso pubblico della biblioteca.
Il fondo Valletta presso le Scuole Pie, nel 1809, seguì la stessa sorte delle librarie degli altri conventi e ordini religiosi soppressi, e finì presso il Comune di Chieti, quasi certamente in un polveroso magazzino, "in balia del caso", subendo notevoli dispersioni.
Successivamente, nell'età della Restaurazione, un rinnovato fervore di attività si pose in essere a favore della Biblioteca.
Ben presto molti cittadini "premurarono il Consiglio Distrettuale e Provinciale" per l'istallazione di una pubblica biblioteca in Chieti.
Le istanze furono favorevolmente recepite dal Soprintendente di Abruzzo Citra - Francesco Saverio Petroni, - che avviò la pratica burocratica e sanzionò de facto la volontà dell'Ente locale, in attesa del beneplacito governativo che la proclamasse de iure.
Ma, nonostante le zelanti sollecitudini del Soprintendente, soltanto nel 1831 la Biblioteca fu ufficialmente dichiarata provinciale; e, con Sovrano Rescritto del 3 aprile 1837, fu concessa l'autorizzazione di "stabilirsi in Chieti una Biblioteca per uso pubblico e del Real collegio mercè la costruzione di un'apposita sala sovrapposta al refettorio di quell'Istituto".
Così, dopo un faticato iter, nel 1838, ne fu iniziata la sistemazione in un ampio salone del Real Collegio dei Tre Abruzzi, che si era insediato nel Convento dei Padri delle Scuole Pie.
Ordinata sommariamente, il 30 maggio 1840, la Biblioteca fu inaugurata "con solenni modi" e aperta al pubblico alla presenza dei "notabili".
La localizzazione presso il Real Collegio dei tre Abruzzi del fondo Valletta segnò un periodo felice per la biblioteca: fu, infatti, un illuminato disegno di politica culturale in quanto venne anche potenziata la sua originaria funzione di supporto indispensabile all'attività di studio e di insegnamento superiore.
A dirigerla fu nominato Camillo Saraceni, che sin dal 18 settembre 1839 ne aveva preso "il corporale possesso senza soldo per un anno".
Con tale trasferimento, quel che restava ancora del fondo Valletta si accrebbe del fondo Petroni e di nuove accessioni acquistate col contributo di duecento ducati annui stanziati dal Comune e di trecento ducati elargiti dal Real Collegio.
A poco più di un anno dall'inaugurazione, la Biblioteca fu chiusa al pubblico "per la classifica delle nuove accessioni". Gli indugi di Camillo Saraceni alla riapertura indignarono l'Intendente, che nel marzo del 1841 ordinò che "la Biblioteca venisse riaperta al pubblico" minacciando di adottare "contro chi sarà in colpa misure di rigore".
Il Consiglio Provinciale di Abruzzo Citeriore, nella sessione ordinaria del 2 settembre 1861, "considerando che la istruzione popolare sia un bisogno universalmente sentito, e tra noi deplorevolmente non provveduto sinora; che i mezzi esser debbono convenienti al fine, e tra questi non esser ultimo lo istituto di una pubblica biblioteca ben fornita di libri e ben amministrata; che quella esistente…trovasi di presente diretta dai R.P.P. delle Scuole Pie, i quali non vi hanno destinato un bibliotecario fisso e permanente, né ordinato un servizio corrispondente alle esigenze della gioventù studiosa, propone…che l'amministrazione di essa sia separata da quella del Liceo." Pertanto, il 31 ottobre 1861 si eseguì il trasferimento delle raccolte librarie e dell'arredo dalle Scuole Pie alla Deputazione Provinciale.
Nei primi anni della nuova Italia, al fondo librario originario si aggiunsero anche le "librarie" dei monasteri dei Cappuccini di Tocco Casauria (300 voll.) e dei Conventuali di Orsogna (800 voll.), soppressi con la legge eversiva del 1865, e un salterio membranaceo, che si vuole fosse custodito nella chiesa dell'ex convento di S.Andrea.
A Camillo Saraceni succedette, nella direzione della Biblioteca, il Rev. Don Serafino Grossi, che tentò di ridare vigore e dignità agli studi laici, uscendo dal riserbo e esprimendo il desiderio di cittadino che prende parte alla vita del proprio paese e del proprio tempo.
Ma, molto probabilmente per le sue idee progressiste, e non per la penuria e meschinità dei mezzi finanziari come si volle far credere, il suo sforzo nobilissimo di mettere in atto la funzionalità della biblioteca fu vanificato: il 30 novembre del 1866 venne licenziato.
Con successiva deliberazione del Consiglio Provinciale del 15 settembre 1868, Serafino Grossi fu reintegrato nelle sue funzioni, con un assegno annuo di lire cinquecento.
Egli riprese con tanta alacrità a lavorare: dai giornali dell'anno 1869 si desumono informazioni della sua solerte attività. Si ha notizia, infatti, che in Biblioteca "tutte le domeniche vi è adunanza pubblica per lezioni di agricoltura; che è istituito un servizio di biblioteca "circolante" che consentiva agli iscritti "di portarsi i libri a domicilio uniformandosi alle prescrizioni del regolamento"; che la biblioteca era aperta tutti i giorni; che vi si tenevano anche conferenze di storia cittadina e "accademia di poesia estemporanea".
Negli anni successivi, la laboriosa attività di Serafino Grossi si spense: emarginato, restò in carica a gestire l'ordinaria amministrazione fino al 1894. Il suo compito, tanto esaltante quanto arduo, era stato troppo grande per essere portato avanti in un ambiente clerico-borbonico nascostamente avverso, turbato e costernato per l'unità d'Italia estesa anche a Roma. Si può cercare di promuovere l'abitudine alla lettura in più ampi strati sociali; si può inventare una biblioteca con più ampi orizzonti, dotandola di pubblicazioni che possono favorire il percorso rischioso ma creativo di nuovi equilibri economici e politici, se la "contestazione" può essere percepita come fonte d'esperienza e non se diviene pretesto per una tirata di briglie!
Gli ultimi anni dell'Ottocento sono i più profondi e bui dell'esistenza della biblioteca: una parvenza di vita le restava per la presenza di un distributore - Giuseppe Angelozzi - che non aveva alcuna possibilità di aprirla ai nuovi orizzonti culturali.
In virtù di questa opaca vitalità, la questione della Biblioteca ebbe modo di obliterarsi dal novero degli interessi cittadini.
In questa situazione estremamente confusa, soltanto nei primi anni del Novecento si manifestò un nuovo fervore nel ridar vita all'Istituzione, auspicandone, tra l'altro, una gestione completamente autonoma che l'affrancasse da quel legame organico originario con il sistema scolastico, in quel tempo (come tuttora!) infastidito da una fruizione pubblica dei propri libri.
Quindi, anche in considerazione del graduale e considerevole sviluppo delle raccolte, si volle una nuova sede trasferendo la Biblioteca nel piano terraneo del Palazzo di Giustizia, da poco edificato in piazza Grande, affidandone la direzione al marchese Francesco Della Valle di Monticelli, che aveva trovato a Chieti un rifugio alle sue ambizioni politiche tradite.
Della Valle sistemò le raccolte librarie "a scaffali aperti", sì da poter onestamente cominciare a parlare di una vera biblioteca pubblica. Ben sette sale furono decorosamente attrezzate "con notevole apporto finanziario"; e nel 1908 la "nuova" biblioteca fu solennemente inaugurata alla presenza di illustri personalità, convenute a Chieti per il XIX Congresso Nazionale della Società Dante Alighieri.
In questi anni la Biblioteca fu arricchita da un discreto numero di opere storiche, politiche, letterarie e giuridiche. L'accessione più rilevante fu rappresentata dalla donazione di due fondi di grande pregio e di notevole valore scientifico: il De Meis e il De Laurentiis.
Oltre la pochezza delle risorse finanziarie e le non soddisfacenti procedure biblioteconomiche adottate, che non possono essere esclusivamente ascritte all'ignoranza del mestiere del dirigente, la mediocre efficienza può, credibilmente, essere imputata al modo come si era venuta formando la biblioteca.
La De Meis non era sorta e non si era sviluppata per un impulso e volontà preordinata, secondo un armonico piano organizzativo: la sua formazione fu pressoché casuale seguita da lasciti e donazioni. Accresciutasi, poi, soprattutto con la confisca delle biblioteche degli ordini religiosi, si cristallizzò nella caratteristica di deposito di antico materiale, di raccolte di documenti e memorie locali, difficilmente aperta a possibilità di rinnovamento e funzionalità.
Epperò, dopo tanti ritardi e faticosi e incerti tentativi integrati da sporadiche attenzioni, soltanto nel 1929, per iniziativa del nuovo direttore Francesco Di Pretoro, si diede inizio ad un ordinamento sistematico delle raccolte e furono avviati i lavori di catalogazione per autori e la redazione dei cataloghi speciali dei periodici e delle sezioni chiuse (incunabuli, cinquecentine, pergamene e scritture antiche).
Di Lui si ricorda che si dedicò con molta cura all'incremento della dotazione libraria e all'esame del patrimonio archivistico, poco noto, posseduto dalla Biblioteca. Di Pretoro, tra l'altro, riuscì a trasferire dal Comune di Chieti alla Biblioteca una ricca raccolta di privilegi pergamenacei e di documenti cartacei dando un decisivo contributo perché la De Meis avesse anche funzioni di archivio. Egli, però, non condusse a termine le sue indagini perché chiamato, come Provveditore agli Studi, a svolgere attività nel campo dell'istruzione scolastica.
Successivamente, nel 1935, a dirigere la De Meis fu nominato Francesco Verlengia, uomo di grande cultura e di squisita sensibilità, che seppe impegnarsi con un'applicazione continua, adeguata, con umiltà e sacrificio alle condizioni particolari e contingenti di tempo e di luogo.
Egli, con entusiasmo e dottrina, completò l'opera del suo predecessore Francesco Di Pretoro, sistemando definitivamente tutto quel materiale raro e di pregio accumulatosi disordinatamente nel tempo in biblioteca. Ma, nelle nuove accessioni, assunse, senza ostentazioni, un indirizzo contrario a quello di zelante ortodossia fascista di Di Pretoro, curando le acquisizioni di libri e periodici di diverso orientamento ideologico, con particolare attenzione alla filosofia e alla cultura straniera, negli aspetti più significativi, per i quali meno ricco era allora il patrimonio della De Meis.
In questi primi anni, Verlengia iniziò anche la catalogazione dei manoscritti e la redazione del catalogo per soggetti, che, pure se elaborato empiricamente, rese possibile una più rapida informazione bibliografica per la felice indicizzazione dei temi tratti dalle opere.
Più tardi, nel ridar nuova vita alla De Meis - facendola conoscere, tra l'altro, ai tanti amici studiosi conosciuti nel suo lungo soggiorno fiorentino - Verlengia ne accentuò la funzione di supporto all'attività di studio e d'insegnamento superiore, colmando le vistose lacune nelle discipline etnoantropologiche, artistiche e religiose.
Successivamente la Biblioteca fu incrementata anche con gli acquisti dei manoscritti di Gennaro Finamore, di Antonio De Nino, di Cesare De Titta e di Gabriele D'Annunzio. Da ricordare sono pure le cospicue donazioni ricevute: le opere letterarie del fondo Pellicciotti; i tanti periodici locali del fondo Zambra; la ricca collezione di documenti a stampa relativi al teatro Marrucino del fondo De Laurentiis; la cospicua e pregevole biblioteca del chiarissimo prof. Umberto Ricci.
In seguito, a Verlengia s'impose la necessità di dotare la De Meis di un prestigioso edificio, poiché la sistemazione avvenuta nei primi anni del Novecento nel piano terraneo del palazzo di giustizia si era rivelata inadeguata e soprattutto inidonea ad accogliere le accresciute dotazioni librarie.
Tale esigenza fu recepita dall'Amministrazione Provinciale, retta da Carlo Travaglini (entusiasta figura di cultore delle memorie patrie) e favorita dall'impegno autorevole di Francesco De Gregori, Soprintendente Bibliografico d'Abruzzo, che concorse con notevoli contributi ministeriali alla realizzazione del nuovo edificio in Piazza dei Templi Romani.
Il progetto, redatto dall'ing. Giuseppe Barra-Caracciolo, non fu felice: l'elaborato, infatti, si evidenziò come un'ultima eco della monumentalità piacentiniana e per nulla rispondente alla funzione destinata ad assolvere.
Comunque, la costruzione fu iniziata nel 1938 ma non completata per i sopraggiunti eventi bellici.
Il nuovo edificio - ultimato nel 1946 e inaugurato il 2 luglio 1947 - contribuì a far assumere un ruolo di singolare preminenza alla De Meis rispetto alle altre biblioteche provinciali abruzzesi ospitate in locali impropri. E consentì, altresì, al Verlengia di riprendere i tempi e i modi dell'incremento delle collezioni e, soprattutto, di porre in essere un illuminato disegno di politica culturale, cioè quello di rendere la biblioteca luogo elettivo della "memoria storica" della comunità locale.
Coerentemente, quindi, Verlengia integrò, anche con acquisti sul mercato antiquario, quel corpus di materiali sulla realtà sociale e sulle emergenze artistiche abruzzesi, per lo più prodotto e distribuito al di fuori dei canali tradizionali, convenzionalmente definito "minore" o "effimero".
Questo fondo - costituito da manifesti, bandi, autografi, disegni, stampe, fotografie e "fogli volanti" - rimane tuttora strumento validissimo come fonte primaria ed essenziale per la ricerca scientifica sul territorio, come provano le numerose tesi di laurea svolte in anni recenti.
Più tardi, i fermenti culturali, che agitavano la società civile post-bellica, sollecitarono il Direttore ad una attenta considerazione delle voci dei nuovi tempi. Con infaticabile energia, egli allestì una sala conferenze, splendidamente arredata con scaffali lignei settecenteschi, per offrire ai cittadini la possibilità di ascoltare voci significative ed autorevoli.
È indubbio che questo intervento fu il primo e più fruttuoso tentativo operato a Chieti per sprovincializzarne la cultura.
Un'altra non trascurabile iniziativa può cogliersi, infine, nell'apertura, nel 1954, di una "sala ragazzi" che permise ai minori di anni diciotto di poter finalmente accedere in biblioteca e di acquisire la metodologia della ricerca con l'utilizzo delle fonti, loro negata dalla opaca vitalità delle cosiddette biblioteche scolastiche.
Sul finire dei nostri anni Sessanta, la De Meis, la cui direzione veniva assunta da Ugo De Luca nell'aprile 1965, si trovò a dover far fronte non solo all'espansione degli interessi dei lettori per le mutate condizioni economiche e sociali, ma anche allo sviluppo della libera Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti.
Conseguentemente, esaudendo anche le direttive impartite dall'Amm.ne Prov.le - volute, con una volontà politica chiara e decisa, dal Presidente Germano De Cinque - furono affrontati con determinazione alcuni problemi la cui soluzione avrebbe dovuto garantire all'Istituzione maggiore spazio e più vantaggiosi servizi agli utenti e una più incisiva politica culturale su tutto il territorio provinciale.
Quindi si sollecitò, operando con opportune risorse, una ristrutturazione del contenitore e una ridefinizione e riorganizzazione dei servizi, anche in funzione del ruolo, che era urgente assumere, di supplenza di una biblioteca universitaria ancora agli inizi.
Pertanto, si prese atto della complessità dei problemi da affrontare e si decise di ampliare e dare maggiore funzionalità alle strutture; e di rafforzare il patrimonio librario e documentario integrandoli, dando loro una più precisa identità di informazione corrente e generale, recuperando le funzioni svolte storicamente e testimoniate da tracce consistenti nelle raccolte. Nel contempo, si volle riservare una costante attenzione al campo delle scienze pure ed applicate e, in particolar modo, alle opere di riferimento e alle bio-bibliografie, acquistando i repertori internazionali. Una cura particolare fu anche riservata alle fonti letterarie e storiche. Furono avviate collezioni di letterature classiche e moderne, di memorialistica, di saggistica, di divulgazione storica e scientifica.
Si trattò, insomma, del non facile compito di dare alla De Meis identità e fini, fra i quali, essenziale, quello di biblioteca di ricerca.
Contemporaneamente, si attuò un servizio di informazioni bibliografiche particolarmente intenso, dalla scelta di un libro di letteratura amena all'orientamento nelle ricerche dei ragazzi e nel campo degli studi locali.
Inoltre, per non fornire risposte vaghe e imprecise a qualsiasi domanda, ma indicazioni rigorose e, per quanto possibile, circostanziate ad argomenti attinenti con il patrimonio posseduto, fu necessario dare effettiva informazione agli utenti dei settori rilevanti che la Biblioteca aveva e che intendeva continuare ad incrementare, con acquisizioni, sia nella produzione corrente che in antiquariato. Si volle, così, produrre bibliografie retrospettive e correnti pubblicando cataloghi speciali, che descrivevano il materiale bibliografico e documentario conservato, distinto per tipi omogenei.
Particolare cura fu dedicata alla valorizzazione di un pregevole fondo di "fogli volanti" - manifesti, locandine, bandi, avvisi, fotografie - e alla elencazione e illustrazione dei periodici abruzzesi, che, nel mettere in luce determinati fermenti di vita locale, rivelavano contrasti politici, situazioni sociali e centri di attività culturale degni di considerazione.
Così ristrutturata e dotata, la De Meis inaugurò una sezione di pubblica lettura, con tutti i servizi accessori, come una sala periodici e "usuals", una sezione del prestito a scaffali aperti per la narrativa; una sezione di studio e di ricerca, con sale per i ragazzi, per i cataloghi, per le fonti e le opere di riferimento, per le bio-bibliografie, per le opere di abruzzesistica con annesso archivio iconografico e "sezioni chiuse".
Particolare attenzione venne riservata ad un auditorium (capace di ospitare mostre, conferenze, congressi, proiezioni) affinché la Biblioteca diventasse centro di promozione e di animazione culturale della comunità.
E' opportuno ricordare che, a conforto di tutte queste iniziative, si prodigò la dott. Maria Luisa Arcamone Cavalli, Soprintendente Bibliografico d'Abruzzo e Molise, non solo favorendo la concessione di notevoli contributi ministeriali per l'acquisto delle scaffalature metalliche e dell'arredamento delle sale, ma anche offrendo la sua alta competenza nel risolvere i complessi problemi biblioteconomici che in corso d'opera affiorarono.
Per i significativi progressi conseguiti e riconosciuti espressamente da Enti e persone qualificate, agli inizi degli anni Settanta, la De Meis fu compresa tra le poche biblioteche italiane alle quali venne affidato il compito di sperimentare - attraverso progetti pilota - il Servizio Nazionale di Lettura, primo e, per lungo tempo, unico esempio di intervento organico dello Stato nel settore delle biblioteche pubbliche.
La partecipazione al S. N. L., che prevedeva la diffusione del servizio bibliotecario su tutto il territorio provinciale, pose il problema di ulteriori adeguamenti della struttura ai nuovi e complessi compiti e consentì l'istituzione di una biblioteca pubblica in sessantacinque comuni che ne erano sprovvisti.
Le biblioteche comunali, così collegate alla De Meis attraverso un dipartimento speciale - il Centro Rete - furono dotate ciascuna di un nucleo librario fisso, costituito in genere da opere di consultazione e di studio, e di un fondo di narrativa periodicamente rinnovato per mezzo di un bibliobus.
Il "Sistema Bibliotecario Provinciale" si considerava come un insieme delle biblioteche pubbliche esistenti nel territorio, assegnando a ciascuna compiti corrispondenti alle sue dimensioni, al carattere delle esigenze che erano destinate a soddisfare.
Queste nuove caratteristiche della De Meis sono documentate nell'attività editoriale con la pubblicazione di un'opera di riferimento di grande pregio e da cospicui fondi acquisiti per donazione. Da ricordare l'intera biblioteca di Ettore Janni, ricca raccolta (circa 30.000 vol.) di opere di argomento letterario, storico e politico, e il suo carteggio; e la raccolta libraria (circa 5.000 vol.) del letterato Salvatore D'Ambrosio, pregevole collezione di saggi; la biblioteca del giornalista Renato Angiolillo, dotata di opere (un migliaio) utili come sussidio per il reperimento e la valutazione degli strumenti di informazione e aggiornamento bibliografico di uso più comune.
Attualmente, poi, con la rivoluzione informatica, nuovi assetti sono in corso di attuazione - dal 1995 - a cura del direttore Francesco Lullo. Ma ogni progetto è destinato a rimanere tale finché non saranno disponibili mezzi finanziari adeguati per modificare le strutture e, soprattutto, per disporre di operatori sufficienti per numero e preparazione, al fine di consentire un più lungo orario giornaliero di apertura al pubblico.
Queste notizie sono state liberamente tratte, per gentile concessione dell'Autore - che si ringrazia sentitamente - da:
Ugo DE LUCA, La Biblioteca "A. C. De Meis" di Chieti, Chieti, Biblioteca provinciale A, C, De Meis, 2000.
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